La responsabilità ambientale nell’Unione Europea. Lo sviluppo del principio “Chi inquina paga”.


Stando ai dati della Commissione europea, nell’Unione si contano circa 300.000 siti  i cui terreni o acque sono inquinati o rischiano di esserlo. Ciascuno di questi siti è uno di troppo. Specie animali e vegetali sono minacciate d’estinzione. Anche ciascuna di queste specie è una di troppo. Ecco perché, in futuro, il legislatore comunitario intende mettere seriamente i responsabili dell’inquinamento di fronte alle loro responsabilità: chi provoca danni, deve anche risponderne. In tal modo è possibile porre rimedio ai danni già provocati, dissuadendo al contempo i potenziali inquinatori.

L’Unione europea auspica che la nuova legislazione porti i responsabili di industrie chimiche o di discariche, per esempio, a garantire la sicurezza dei propri impianti fin dall’inizio, per prevenire i danni e l’insorgere di costi. In effetti, nel 2000, l’Agenzia europea per l’ambiente ha stimato a 106 miliardi di euro i costi di risanamento di appena una parte delle acque e dei terreni inquinati in Europa, quantunque scaglionati su diversi anni. Soltanto per il risanamento di circa 100.000 ettari dei terreni inquinati in Gran Bretagna è stato preventivato, sempre in base agli stessi dati, un importo complessivo di 39 miliardi di euro. Finora non vi era a livello di Unione europea una legislazione in materia di responsabilità per il danno ambientale, il che permetteva ai responsabili dell’inquinamento di sottrarsi facilmente alle proprie responsabilità. Si imponeva pertanto una legislazione uniforme. Alcuni ambiti della nuova direttiva hanno dato vita ad accese discussioni, mentre la procedura veniva osservata in maniera critica dall’industria, da un lato, e dagli ambientalisti dall’altro.

La direttiva copre due settori in cui la responsabilità è disciplinata con diversi gradi di severità: per quanto riguarda determinate attività rischiose, come per esempio le attività di un’industria chimica o la produzione e la manipolazione di determinati fitofarmaci, la responsabilità generale in caso di danno ambientale incombe sull’imprenditore. In caso di danni non imputabili a tali attività rischiose ma che comunque minacciano la fauna e la flora, la responsabilità ricade ugualmente sull’imprenditore, ma soltanto in caso di dolo o negligenza.

Dissuadere i potenziali inquinatori

Qualora l’operatore si dimostri recidivo, non provvede alla sicurezza dei propri impianti o non sana i danni provocati, ai sensi della direttiva in questione le autorità nazionali possono dettare all’imprenditore la condotta da seguire oppure intervenire direttamente. I relativi costi sono a carico dell’operatore. Se quest’ultimo non è in grado di pagare per il danno arrecato oppure non è possibile individuare il responsabile, spetta agli Stati membri provvedere al risanamento. Questi ultimi sono liberi di scegliere in che modo coprire tali costi: è stato proposto, ad esempio, di istituire dei fondi speciali.

Poiché parti importanti della proposta legislativa sono risultate controverse, è stato necessario avviare la procedura di conciliazione che, tra le altre cose, si è conclusa con un accordo sulla copertura finanziaria dei danni ambientali. La direttiva prevede che, sei anni dopo la sua entrata in vigore, la Commissione debba verificare se negli Stati membri vi siano sufficienti possibilità di finanziare eventuali azioni di risanamento a condizioni ragionevoli, ad esempio mediante copertura assicurativa. Se così non dovesse essere, la Commissione è tenuta a presentare proposte legislative volte ad imporre un’assicurazione finanziaria obbligatoria a copertura dei danni ambientali, come preteso dal Parlamento.

Il Consiglio si era espresso a favore di una versione più moderata della direttiva, insistendo, ad esempio, che il principio della garanzia finanziaria andasse promosso ma non reso obbligatorio. Inoltre, il Consiglio aveva respinto la richiesta del Parlamento di estendere la responsabilità ambientale, dopo alcuni anni dall’entrata in vigore della normativa, a tutti tipi di attività e non soltanto a quelle giudicate rischiose e che figurano nel testo della direttiva.

Ma la semplice dissuasione non è sufficiente a preservare gli ecosistemi e la biodiversità. Per tale motivo, prima del vertice mondiale di Johannesburg del 2002, i deputati europei hanno presentato una risoluzione sullo sviluppo sostenibile. Nel constatare il mancato raggiungimento degli obiettivi di tutela ambientale fissati al vertice di Rio de Janeiro, la risoluzione insiste sulla necessità di dare finalmente attuazione alle convenzioni sulla tutela ambientale, di includere lo sviluppo sostenibile e la protezione dell’ambiente nell’ambito dei negoziati sul comm

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